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1.1.3 L’area appenninica
a sostegno transitorio
Rispetto al precedente Obiettivo 5b, nella fascia appenninica
non sono stati ricandidati per intero 3 comuni, oltre che porzioni significative
di ulteriori 2 comuni – Pavullo e Castelnovo nei Monti - che restano per
la parte rimanente inclusi nell’attuale Obiettivo 2. In tali zone risiedono
25.400 abitanti (cfr. Tavola n. 2.3).
Si tratta di comuni appartenenti a 5 diversi ambiti provinciali
e distanti spazialmente, ma che sono accomunati dalla particolare dinamicità
manifestata negli ultimi anni e dalla prontezza con cui hanno tratto vantaggio
dagli interventi della precedente programmazione.
Queste zone hanno beneficiato di due fenomeni concomitanti,
infatti mentre da un lato sono divenuti il baricentro del territorio montano
circostante, accentrando su di sé le funzioni socio economiche
più pregiate, dall’altro sono riusciti a sfruttare le opportunità
derivanti dai processi di tracimazione della popolazione proveniente dalle
aree congestionate della pianura limitrofa.
A parte queste considerazioni, questi comuni non si differenziano
dal resto dell’area appenninica inserita nell’Obiettivo 2; anzi, proprio
in considerazione della funzione di servizio svolta a favore dei comuni
e della collettività circostanti in virtù del rango assunto
di centro urbano ordinatore, ne sono parte integrante.
1.1.4 l’area della pianura
centrale a sostegno transitorio
La zona della pianura centrale, inserita nei precedenti
periodi di programmazione Obiettivo 2, pare aver recuperato un equilibrio
soddisfacente, pur manifestando l’esigenza di consolidare i processi di
diversificazione sin qui emersi e di governare gli elementi di criticità
che comunque persistono. Pertanto, rispetto al precedente periodo di programmazione,
non sono stati ricandidati 7 comuni della provincia di Reggio Emilia e
3 della provincia di Modena la cui popolazione assomma attualmente a 106.642
abitanti (cfr. Tavola n. 2.4).
L’area in questione è fra quelle che, nel panorama
regionale, presenta le maggiori e diffuse dotazioni infrastrutturali per
l’industria. Sono state allestite 64 aree per complessivi 1.387 ettari,
220 ancora disponibili per nuovi insediamenti.
La superficie media per area è elevata, pari a
21 ettari (basti pensare che le superfici medie delle aree dell’area orientale
ed appenninica sono rispettivamente pari a 13,7 ettari e 5,5 ettari).
La localizzazione rispetto alle principali vie di comunicazione è
ottimale, con distanze da caselli autostradali e da stazioni ferroviarie
che raramente superano i 10 km. La dotazione di servizi di queste aree
industriali, sia ambientali che di servizio ai lavoratori ed alle imprese
è più che soddisfacente.
Attraverso il confronto di dati relativi agli anni 1992,
1996 e 2000, relativi alle superfici destinate ad attività produttive,
si rileva come in tutti 10 i comuni in questi anni si sia proceduto, da
parte delle amministrazioni locali, in risposta alla crescita numerica
e dimensionale delle aziende, ad aumentare la quota di suolo da destinare
ad uso produttivo, che dal solo 1996 ad oggi è aumentata del 15%,
passando da complessivi 1.343 ettari a 1.582 e nonostante ciò la
superficie libera nello stesso periodo è calata, passando dai 110
ettari nel 1996 (anno per il quale tra l’altro non si disponeva dei dati
di Reggio Emilia e Carpi) ai circa 80 ettari di oggi.
Per quanto attiene la situazione demografica, l’area reggiana
mostra segni di ripresa, in controtendenza rispetto alla media regionale;
l’area carpigiana, seppure limitrofa, si mantiene invece sostanzialmente
stabile. Va sottolineato che il saldo naturale è negativo in entrambe
le zone e che quindi la diversità di andamento dipende soprattutto
dalla diversa entità dei saldi migratori: nel reggiano infatti
il saldo migratorio è talmente elevato da determinare la crescita
della popolazione.
Sia nella zona reggiana che in quella carpigiana, nel
corso del precedente periodo di programmazione il tasso di disoccupazione
si è sensibilmente ridotto. Nel reggiano, il calo della disoccupazione
è avvenuto in un contesto di aumento occupazionale, ovvero di un
ampliamento complessivo dell’offerta di lavoro; nel carpigiano, invece,
è avvenuto in una fase di leggero calo degli occupati e di contrazione
della domanda di lavoro.
Dal punto di vista della struttura dell’occupazione, si
può osservare che il peso relativo dell’industria si è ridotto
in entrambe le zone. Tuttavia, nel reggiano questo è avvenuto in
un contesto di generale crescita occupazionale, nell’ambito del quale
le stesse attività manifatturiere hanno aumentato gli occupati,
mentre nel carpigiano il minor peso dell’occupazione manifatturiera è
dovuto ad un calo più rapido degli addetti dell’industria rispetto
agli altri settori. Nell’area reggiana, confrontando il censimento intermedio
col censimento del 1991, si nota che un po’ tutti i principali settori
hanno tenuto, compreso il commercio che nelle altre aree è risultato
in declino assieme all’industria. In tutti i casi è stata l’area
legata alla ricerca e alle libere professioni quella che ha più
contribuito alla creazione di nuovi posti di lavoro, attraverso la diffusione
del lavoro autonomo, in particolare nel reggiano.
Nel complesso, vi è stata una moltiplicazione delle
unità imprenditoriali, soprattutto di ditte individuali, nel settore
dei servizi alla produzione, verso il quale in questa fase si va orientando
la propensione imprenditoriale locale.
L’area carpigiana si presenta ancora fortemente
specializzata nel settore che ormai la caratterizza da diversi decenni,
l’abbigliamento, nelle due versioni della maglieria e delle confezioni.
La diversificazione produttiva è stata finora molto scarsa, anche
se alcuni piccoli poli alternativi esistono: si tratta del settore macchine
per la lavorazione del legno e del settore delle scale in legno, situato
a Novi. Nonostante il relativo successo, l’impatto assoluto in termini
occupazionali di questi due settori è ancora scarso e non si intravedono
grandi spazi di crescita, a meno di innovazioni, diversificazioni di prodotto
o di mercato. Il settore delle macchine per la lavorazione del legno presenta
elementi di interesse dal punto di vista tecnologico e per il livello
di propensione all’export ed è stato comunque in crescita negli
ultimi anni. Vi può essere uno spazio per rafforzare sinergie tra
questi due settori, in termini di scambi di conoscenze. Per quanto riguarda
il tessile, non crea più occupazione netta da anni, perde imprese,
non incrementa il fatturato globale. Il fenomeno del decentramento produttivo
fuori area viene vissuto con una relativa tranquillità. Negli ultimi
anni, vi sono stati, tra l’altro, segnali di imprese che hanno fatto marcia
indietro, ritornando ad utilizzare subfornitori locali. I motivi sono
stati quello della ricerca di rispondenze qualitative alle richieste del
mercato, e velocità nei tempi di risposta su serie di produzione
corte. Viene delineato un possibile scenario futuro in cui il decentramento
all’estero sarà limitato a serie lunghe e omogenee di qualità
medio-bassa, il decentramento fuori distretto in ambito italiano avverrà
per serie un po’ più corte, ma sempre su programmato di fascia
media o medio-alta, il decentramento locale sarà cruciale per le
serie corte a risposta rapida e per la domanda di alta qualità.
Nell’area reggiana, le crisi delle imprese storiche
della meccanica agricola, che avevano condizionato l’area fino dai primi
anni ‘90, si sono finalmente risolte con aggiustamenti proprietari e con
forti riprese produttive e occupazionali. A completare la ripresa della
meccanica agricola vi sono stati i processi aggregativi tra imprese minori
che hanno recuperato economie di scala e rilevanza strategica e processi
di diversificazione di prodotto/mercato, che ha visto molte imprese indirizzarsi
verso il mercato dell’hobbistica e del giardinaggio, più redditizio
ed in maggiore crescita. Il settore meccanico, al contrario del tessile
(che pure ha una forte presenza in quest’area), non è un sistema
chiuso: si possono formare infatti diverse specializzazioni complementari
o in singole componenti del prodotto finito, ognuna con propri mercati,
spazi di crescita, diversificazione ed innovazione. Questo è uno
dei fattori che ha facilitato il rilancio produttivo dell’area. Lo sviluppo
del settore della componentistica plastica nei dintorni di Correggio rappresenta
un altro fenomeno interessante di settore endogeno che si lega sia al
sistema delle imprese motoristiche e meccaniche, sia al biomedicale.
La ripresa produttiva e occupazionale ha creato un forte
afflusso di manodopera, in parte su diretto reclutamento delle imprese
(soprattutto al Sud), in parte di immigrazione spontanea (extracomunitari).
La difficile governabilità di questi processi pone attualmente
problemi legati all’eccesso di crescita anche sul piano sociale. A livello
locale va prendendo piede l’idea che sia giunto il momento di spingere
verso un maggiore sviluppo immateriale della produzione, anche per la
difficoltà di reperire personale locale specializzato, o giovani
istruiti disponibili all’inserimento nei reparti produttivi. In questa
chiave, la presenza di numerose strutture per l’innovazione, ancora poco
coordinate tra loro, potrebbe essere giocata come un forte fattore di
sensibilizzazione e di servizio all’innovazione.
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