DocUP 2000/2006 Regione Emilia Romagna

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1.1.3 L’area appenninica a sostegno transitorio

Rispetto al precedente Obiettivo 5b, nella fascia appenninica non sono stati ricandidati per intero 3 comuni, oltre che porzioni significative di ulteriori 2 comuni – Pavullo e Castelnovo nei Monti - che restano per la parte rimanente inclusi nell’attuale Obiettivo 2. In tali zone risiedono 25.400 abitanti (cfr. Tavola n. 2.3).

Si tratta di comuni appartenenti a 5 diversi ambiti provinciali e distanti spazialmente, ma che sono accomunati dalla particolare dinamicità manifestata negli ultimi anni e dalla prontezza con cui hanno tratto vantaggio dagli interventi della precedente programmazione.

Queste zone hanno beneficiato di due fenomeni concomitanti, infatti mentre da un lato sono divenuti il baricentro del territorio montano circostante, accentrando su di sé le funzioni socio economiche più pregiate, dall’altro sono riusciti a sfruttare le opportunità derivanti dai processi di tracimazione della popolazione proveniente dalle aree congestionate della pianura limitrofa.

A parte queste considerazioni, questi comuni non si differenziano dal resto dell’area appenninica inserita nell’Obiettivo 2; anzi, proprio in considerazione della funzione di servizio svolta a favore dei comuni e della collettività circostanti in virtù del rango assunto di centro urbano ordinatore, ne sono parte integrante.

 

1.1.4 l’area della pianura centrale a sostegno transitorio

La zona della pianura centrale, inserita nei precedenti periodi di programmazione Obiettivo 2, pare aver recuperato un equilibrio soddisfacente, pur manifestando l’esigenza di consolidare i processi di diversificazione sin qui emersi e di governare gli elementi di criticità che comunque persistono. Pertanto, rispetto al precedente periodo di programmazione, non sono stati ricandidati 7 comuni della provincia di Reggio Emilia e 3 della provincia di Modena la cui popolazione assomma attualmente a 106.642 abitanti (cfr. Tavola n. 2.4).

L’area in questione è fra quelle che, nel panorama regionale, presenta le maggiori e diffuse dotazioni infrastrutturali per l’industria. Sono state allestite 64 aree per complessivi 1.387 ettari, 220 ancora disponibili per nuovi insediamenti.

La superficie media per area è elevata, pari a 21 ettari (basti pensare che le superfici medie delle aree dell’area orientale ed appenninica sono rispettivamente pari a 13,7 ettari e 5,5 ettari). La localizzazione rispetto alle principali vie di comunicazione è ottimale, con distanze da caselli autostradali e da stazioni ferroviarie che raramente superano i 10 km. La dotazione di servizi di queste aree industriali, sia ambientali che di servizio ai lavoratori ed alle imprese è più che soddisfacente.

Attraverso il confronto di dati relativi agli anni 1992, 1996 e 2000, relativi alle superfici destinate ad attività produttive, si rileva come in tutti 10 i comuni in questi anni si sia proceduto, da parte delle amministrazioni locali, in risposta alla crescita numerica e dimensionale delle aziende, ad aumentare la quota di suolo da destinare ad uso produttivo, che dal solo 1996 ad oggi è aumentata del 15%, passando da complessivi 1.343 ettari a 1.582 e nonostante ciò la superficie libera nello stesso periodo è calata, passando dai 110 ettari nel 1996 (anno per il quale tra l’altro non si disponeva dei dati di Reggio Emilia e Carpi) ai circa 80 ettari di oggi.

Per quanto attiene la situazione demografica, l’area reggiana mostra segni di ripresa, in controtendenza rispetto alla media regionale; l’area carpigiana, seppure limitrofa, si mantiene invece sostanzialmente stabile. Va sottolineato che il saldo naturale è negativo in entrambe le zone e che quindi la diversità di andamento dipende soprattutto dalla diversa entità dei saldi migratori: nel reggiano infatti il saldo migratorio è talmente elevato da determinare la crescita della popolazione.

Sia nella zona reggiana che in quella carpigiana, nel corso del precedente periodo di programmazione il tasso di disoccupazione si è sensibilmente ridotto. Nel reggiano, il calo della disoccupazione è avvenuto in un contesto di aumento occupazionale, ovvero di un ampliamento complessivo dell’offerta di lavoro; nel carpigiano, invece, è avvenuto in una fase di leggero calo degli occupati e di contrazione della domanda di lavoro.

Dal punto di vista della struttura dell’occupazione, si può osservare che il peso relativo dell’industria si è ridotto in entrambe le zone. Tuttavia, nel reggiano questo è avvenuto in un contesto di generale crescita occupazionale, nell’ambito del quale le stesse attività manifatturiere hanno aumentato gli occupati, mentre nel carpigiano il minor peso dell’occupazione manifatturiera è dovuto ad un calo più rapido degli addetti dell’industria rispetto agli altri settori. Nell’area reggiana, confrontando il censimento intermedio col censimento del 1991, si nota che un po’ tutti i principali settori hanno tenuto, compreso il commercio che nelle altre aree è risultato in declino assieme all’industria. In tutti i casi è stata l’area legata alla ricerca e alle libere professioni quella che ha più contribuito alla creazione di nuovi posti di lavoro, attraverso la diffusione del lavoro autonomo, in particolare nel reggiano.

Nel complesso, vi è stata una moltiplicazione delle unità imprenditoriali, soprattutto di ditte individuali, nel settore dei servizi alla produzione, verso il quale in questa fase si va orientando la propensione imprenditoriale locale.

L’area carpigiana si presenta ancora fortemente specializzata nel settore che ormai la caratterizza da diversi decenni, l’abbigliamento, nelle due versioni della maglieria e delle confezioni. La diversificazione produttiva è stata finora molto scarsa, anche se alcuni piccoli poli alternativi esistono: si tratta del settore macchine per la lavorazione del legno e del settore delle scale in legno, situato a Novi. Nonostante il relativo successo, l’impatto assoluto in termini occupazionali di questi due settori è ancora scarso e non si intravedono grandi spazi di crescita, a meno di innovazioni, diversificazioni di prodotto o di mercato. Il settore delle macchine per la lavorazione del legno presenta elementi di interesse dal punto di vista tecnologico e per il livello di propensione all’export ed è stato comunque in crescita negli ultimi anni. Vi può essere uno spazio per rafforzare sinergie tra questi due settori, in termini di scambi di conoscenze. Per quanto riguarda il tessile, non crea più occupazione netta da anni, perde imprese, non incrementa il fatturato globale. Il fenomeno del decentramento produttivo fuori area viene vissuto con una relativa tranquillità. Negli ultimi anni, vi sono stati, tra l’altro, segnali di imprese che hanno fatto marcia indietro, ritornando ad utilizzare subfornitori locali. I motivi sono stati quello della ricerca di rispondenze qualitative alle richieste del mercato, e velocità nei tempi di risposta su serie di produzione corte. Viene delineato un possibile scenario futuro in cui il decentramento all’estero sarà limitato a serie lunghe e omogenee di qualità medio-bassa, il decentramento fuori distretto in ambito italiano avverrà per serie un po’ più corte, ma sempre su programmato di fascia media o medio-alta, il decentramento locale sarà cruciale per le serie corte a risposta rapida e per la domanda di alta qualità.

Nell’area reggiana, le crisi delle imprese storiche della meccanica agricola, che avevano condizionato l’area fino dai primi anni ‘90, si sono finalmente risolte con aggiustamenti proprietari e con forti riprese produttive e occupazionali. A completare la ripresa della meccanica agricola vi sono stati i processi aggregativi tra imprese minori che hanno recuperato economie di scala e rilevanza strategica e processi di diversificazione di prodotto/mercato, che ha visto molte imprese indirizzarsi verso il mercato dell’hobbistica e del giardinaggio, più redditizio ed in maggiore crescita. Il settore meccanico, al contrario del tessile (che pure ha una forte presenza in quest’area), non è un sistema chiuso: si possono formare infatti diverse specializzazioni complementari o in singole componenti del prodotto finito, ognuna con propri mercati, spazi di crescita, diversificazione ed innovazione. Questo è uno dei fattori che ha facilitato il rilancio produttivo dell’area. Lo sviluppo del settore della componentistica plastica nei dintorni di Correggio rappresenta un altro fenomeno interessante di settore endogeno che si lega sia al sistema delle imprese motoristiche e meccaniche, sia al biomedicale.

La ripresa produttiva e occupazionale ha creato un forte afflusso di manodopera, in parte su diretto reclutamento delle imprese (soprattutto al Sud), in parte di immigrazione spontanea (extracomunitari). La difficile governabilità di questi processi pone attualmente problemi legati all’eccesso di crescita anche sul piano sociale. A livello locale va prendendo piede l’idea che sia giunto il momento di spingere verso un maggiore sviluppo immateriale della produzione, anche per la difficoltà di reperire personale locale specializzato, o giovani istruiti disponibili all’inserimento nei reparti produttivi. In questa chiave, la presenza di numerose strutture per l’innovazione, ancora poco coordinate tra loro, potrebbe essere giocata come un forte fattore di sensibilizzazione e di servizio all’innovazione.