|
1.4 Descrizione della situazione
ambientale
La situazione ambientale della regione è qui sintetizzata
per gli aspetti salienti, rimandando, per un’analisi quali-quantitativa
di dettaglio, alle relazioni allegate:
- "Scenario ambientale dell’Emilia-Romagna"
- "Scenario ambientale – Area appenninica"
- "Scenario ambientale – Area orientale"
- "Scenario ambientale aree delle province di Modena
e Reggio Emilia"
- "Relazione sullo stato dell’ambiente dell’Emilia-Romagna
1999"
Alle quali si rimanda e che devono essere considerate
parti integranti del presente documento.
La regione Emilia-Romagna, ricompresa tra lo spartiacque
appenninico a sud, il corso del fiume Po a nord ed il mare Adriatico ad
est, rappresenta la porzione sud occidentale del grande bacino padano.
Sotto il profilo idrologico, idrogeologico, aerologico e meteoclimatico
è un sistema assai complesso e differenziato, con profonde e delicate
connessioni tra le varie parti. La delicatezza degli equilibri è
testimoniata dai riflessi, pesantemente negativi e di lunga durata, che
talora si sono si manifestati a causa d’interventi, anche modesti, di
natura antropica in parti distali.
La presenza di importanti fattori di pressione antropica
e di attività produttive manifatturiere e agricole ha causato una
serie di problemi oltre a vaste aree urbane, localizzate non solamente
nei capoluoghi, ma in numerosi comuni minori distribuiti in tutte le provincie,
si ha una popolazione fluttuante turistica sia nell’area collinare - montana
e, soprattutto, lungo la costa emiliano - romagnola, con una diffusa e
relativamente omogenea distribuzione abitativa in tutto il territorio.
All’intenso sistema insediativo si associano aree industriali
fortemente diversificate, in alcuni casi con alta concentrazione in distretti
industriali specializzati (ceramica, maglieria, biomedicale, industrie
agroalimentari, poli petrolchimici, etc.) con un’agricoltura intensiva
di elevata qualità.
E' da notare che le province di Parma, Reggio Emilia e
Modena, oltre alla provincia di Ferrara (Bacino Burana-Po di Volano) sono
individuate come "Aree ad elevato rischio di crisi ambientale" (Delibera
C.M. 3.2.1989) in relazione alla elevata vulnerabilità ed all'alta
pressione antropica. La "fascia delle conoidi" alluvionali, al piede del
margine appenninico è peraltro individuata come "vulnerabile" ai
sensi della L. R. n. 50/95, ai fini della applicazione della Direttiva
91/676/CEE (Nitrati).
Pur essendo in gran parte esterne alle aree individuate
per l’Obiettivo 2, queste ultime (area collinare appenninica) drenano,
in gran parte, le proprie acque verso la fascia delle conoidi proprio
nella parte più vulnerabile, costituendo una importante risorsa
alimentante, con acque spesso ad elevato contenuto di azoto.
Infine l'area orientale ricomprende in gran parte le "aree
sensibili", così definite nel D.lgs. 152/99 (aree richiedenti specifiche
misure di prevenzione dall'inquinamento e di risanamento, titolo III,
capo I) nella regione Emilia-Romagna: aree lagunari di Ravenna, Piallassa
Baiona, Valli di Comacchio, Delta del Po; aree costiere dell'Adriatico
nord orientale ed i corsi d'acqua afferenti per un tratto di 10 km dalla
linea di costa.
Esaminiamo ora i principali problemi ambientali della
regione.
L’estrazione di materiali litoidi negli alvei fluviali
negli anni 50 e 60 causò l’innescarsi di fenomeni erosivi assai
rilevanti in molti tratti delle aree fluviali. Il divieto di estrazione
dagli anni 80 e importanti interventi di sistemazione idrogeologica e
regimazione delle acque (casse di espansione e laminazione delle piene)
hanno fortemente limitato il problema e protetto dalle esondazioni i territori
di pianura.
Nell’ambiente collinare e montano il fattore critico è
rappresentato dai dissesti di versante, assai diffusi per la stessa costituzione
geologica.
La modifica del trasporto solido in tutto il bacino padano,
conseguente alla autropizzazione e modificazione morfologica del territorio,
ha avuto come effetto variazioni in arretramento della linea di costa
sul mare Adriatico, anche a seguito, oltreché dell’eustatismo marino
naturale (e forse accresciuto dal cambiamento climatico globale), della
subsidenza del suolo avvenuta in gran parte della pianura emiliana-romagnola
dagli anni 50, ben al di là (1/6 cm/anno) di quello naturale (0,1¸
0,2 cm/anno) con trend attuali sebbene generalmente ridotti, ancora significativi
in alcune aree (1/3 cm/anno) e dovuto alla estrazione di fluidi dal sottosuolo
(acqua, gas) cui è stata data risposta con politiche di limitazione
dei prelievi e diversificazione delle fonti di approvvigionamento con
acque di superficie.
Analogamente la qualità delle acque marine antistanti
la costa emiliano-romagnola è condizionata dagli apporti dall’entroterra
dal fiume Po (al quale contribuiscono gli affluenti di destra emiliano
romagnolo, assieme ad altri più consistenti apporti da tutta la
pianura padana) e dai corsi d’acqua sfocianti direttamente sulla costa.
I gravi fenomeni eutrofici, con fioriture algali dovute agli apporti di
nutrimenti (Fosforo e Azoto) fin dalla metà degli anni 70, si sono
attenuati per gli interventi di riduzione diretta operati normativamente
e tecnologicamente sulle fonti (in Emilia-Romagna la quasi totalità
degli scarichi civili è collettata e depurata) senza tuttavia scomparire.
Il miglioramento della qualità delle acque interne
superficiali della regione dalla prima metà degli anni 80 è
stato significativo, con la riduzione dal 30 al 50% dei carichi sversati
per le opere di depurazione sia pubbliche, sia su scarichi industriali,
anche se da condizioni quasi ottimali nella parte alta dei bacini appenninici
si osserva un progressivo peggioramento, in alcuni casi fino a condizioni
negative, nella parte bassa dei bacini.
Ulteriori miglioramenti devono essere attivati sviluppando
l’efficienza depurativa e intervenendo sui carichi diffusi.
Il nuovo fenomeno della comparsa occasionale di vasti
aggregati mucillaginosi interessa gran parte dell’Adriatico settentrionale,
come anche in altre aree costiere italiane. Manifestatosi a più
riprese dalla metà degli anni 80 e non connesso a fattori genetici
autropici, è attualmente in fase di studio.
I corsi d’acqua appenninici, assieme agli apporti meteorici
diretti dalla superficie topografica nell’alta pianura, costituiscono
la principale alimentazione degli acquiferi sotterranei (fascia delle
conoidi appenniniche) con le loro dispersioni d’alveo. Gli acquiferi della
media pianura presentano modeste dimensioni e circolazione estremamente
lenta, rispetto ai precedenti, mentre più a valle prevale il grande
acquifero medio padano, di potenza notevole, con alimentazione subalveo
del fiume Po. Tuttavia la qualità delle acque sia nella media sia
nella bassa pianura è scadente per ragioni naturali e ne limita
l’uso.
Nell’area collinare – appenninica gli acquiferi sono distribuiti
in corpi separati di modeste dimensioni e, sebbene con acque di buona
qualità, soggetti a forti periodi di magra, con conseguenti difficoltà
di approvvigionamento idrico locale nei periodi secchi.
L’importante invaso di Ridracoli (33 milioni m3)
nell’ Appennino forlivese rappresenta la più importante riserva
per l’alimentazione idropotabile della Romagna.
La qualità delle acque sotterranee è discreta
o buona nella fascia delle conoidi, dove, peraltro, la vulnerabilità
degli acquiferi, desumibile dalle cartografie disponibili, va da estremamente
elevata ad alta. Alcuni casi di inquinamento e soprattutto una diffusa
presenza di nitrati anche oltre il limite di 50 mg/l sono stati evidenziati.
Le fonti di approvvigionamento di acqua potabile (circa l’80% degli acquedotti
si approvvigionano da falde) sono quasi esenti da questo ultimo fenomeno
per la ottimale collocazione. Le dispersioni di acqua dal suolo agrario
(concimi chimici, liquami zootecnici) e da fognature urbane ne è
la principale causa.
Altri aspetti salienti del quadro ambientale regionale
sono rappresentati:
- Dalla qualità dell’aria dei centri urbani soggetta
a forte pressione nei periodi invernali per la presenza di un intenso
traffico veicolare in condizioni meteoclimatiche sfavorevoli (presenza
di benzene, IPA, PM10 etc.), mentre nei periodi di massima insolazione
estiva si hanno superamenti dei valori di ozono, che necessitano di
interventi di pianificazione.
- Dalla produzione e smaltimento dei rifiuti, la cui
pianificazione orientata alla riduzione, alla raccolta differenziata
e alla realizzazione di un corretto sistema di gestione articolato e
quantitativamente adeguato è avviata e ha dato buone risposte.
- Dalla presenza di fonti di potenziale rischio da campi
elettromagnetici (linee di distribuzione EE, stazioni radiobase di telefonia
cellulare, ripetitori radio-TV) il cui controllo è assai sviluppato
per l’elevata sensibilità sociale esistente.
|