Parte prima - Punto 2

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2. Le trasformazioni strutturali del sistema produttivo regionale

2.1. La risposta dell’economia regionale al contesto nazionale e internazionale

Le trasformazioni che hanno condizionato lo scenario economico a livello nazionale, europeo e mondiale negli ultimi anni hanno sicuramente generato pressioni, incertezze e problemi di aggiustamento nelle strutture e nei comportamenti delle imprese e delle istituzioni, ma non hanno trovato impreparato il sistema Emilia-Romagna nel fornire una risposta competitiva adeguata. Gli indicatori di crescita e competitività del 1998 dimostrano che l’Emilia-Romagna, dopo il facile successo degli anni della lira debole (1993-1996) è stata tra le regioni che meglio hanno saputo rispondere alle sfide competitive in una fase di bassa congiuntura. Il difficile inizio del 1999 è da attribuirsi ampiamente al forte rallentamento congiunturale che ha caratterizzato l’economia italiana ed europea per alcuni trimestri, ma non indica un malessere specifico della regione.

La regione Emilia-Romagna si presenta tuttora ai posti più alti in Europa per quanto riguarda i livelli di prodotto lordo pro-capite e per i più bassi tassi di disoccupazione della forza lavoro (5,7% della forza lavoro). Inoltre, la capacità di produzione di ricchezza della regione si caratterizza per una elevata diffusione e distribuzione nel territorio; le province più industriali della via Emilia (da Bologna a Parma) si collocano ai vertici nazionali in termini di prodotto lordo pro capite, subito dietro Milano e al di sopra delle altre province settentrionali con caratteristiche produttive simili.

La pressione competitiva legata al contesto di apertura dei mercati e di integrazione europea e la partecipazione stabile all’Unione Monetaria Europea hanno sensibilmente condizionato i settori esposti alla concorrenza internazionale, imponendo alle imprese il miglioramento della competitività e determinando processi di selezione e di aggiustamento strategico. I tassi di crescita delle esportazioni raggiunti negli anni della lira debole sono ormai alle spalle e sicuramente non ripetibili; in questi anni di rientro e stabilizzazione della lira (addirittura riapprezzatasi di circa il 20% dal picco minimo del 1995 alla fissazione delle parità per l’Euro), controllo della spesa pubblica, elevata pressione fiscale, crescita lenta dell’economia europea, crisi regionali in Asia, America Latina ed Europa Orientale, fino alla guerra dei Balcani, non ci si poteva aspettare risultati eclatanti in termini di crescita della produzione e delle esportazioni. Tuttavia la risposta che il sistema produttivo regionale è stato in grado di fornire è stata tutt’altro che negativa ed ha confermato che il sistema presenta ancora capacità di crescita e che la penetrazione commerciale nei mercati mondiali è basata su elementi di competitività reale e non su vantaggi temporanei. Nel 1998, secondo l’Istat, la produzione industriale è aumentata del 3,5%, contro un aumento a livello nazionale dell’1,9%. I dati congiunturali dicono anche che questo si è accompagnato ad un aumento dell’occupazione manifatturiera dell’1,3% (va considerato l’ampio utilizzo di forme contrattuali flessibili per le nuove assunzioni) e ad una riduzione delle ore di CIG; il che ha portato il numero di ore lavorate pro capite "a livelli prossimi al tetto massimo fissato dagli accordi contrattuali" (Banca d’Italia). Per quanto riguarda gli investimenti fissi lordi dell’industria vi sono stime diverse che non consentono un quadro chiaro, ma confermano il dinamismo delle imprese. L’analisi dell’Ufficio Studi della Banca d’Italia su un campione delle imprese con più di 50 addetti, afferma che gli investimenti sono aumentati del 9%, trainati dalle spese per immobili e macchinari, ma rimanendo abbastanza al di sotto della media nazionale che è stata del 13,7%. L’indagine dell’Istituto G.Tagliacarne stima invece la crescita complessiva degli investimenti (incluse quindi costruzioni ed opere pubbliche) al 3,3% contro il 3,5% nazionale, ma attribuendo questo ritardo al settore edile, non all’acquisto di macchinari (+6%) o agli investimenti in ricerca e formazione da parte dell’industria, che da sola ha aumentato gli investimenti del 4,9%. L’indagine campionaria annuale dell’Unioncamere Emilia-Romagna, segnala inoltre che nel corso dell’ultimo decennio gli investimenti in ricerca e formazione sono passati dal 4,2% al 6,4% del totale.

Dal lato delle esportazioni, di fronte al generale rallentamento dell’attività esportativa italiana nel 1998, specialmente nel secondo semestre, l’Emilia-Romagna ha registrato un tasso di crescita del 5,3% pari a quasi il doppio della media nazionale e superiore a tutte le principali regioni esportatrici italiane del Nord; rimane, con l’11,8%, la quarta regione esportatrice italiana, ma ha conquistato quote rispetto a Lombardia, Piemonte e Veneto. E’ di particolare rilevanza il fatto che fra tutte le regioni della "Terza Italia", l’Emilia-Romagna, con il Friuli-Venezia Giulia, ha subìto gli effetti della concorrenza estera molto meno di quanto sia avvenuto per regioni più specializzate in produzioni tradizionali come il Veneto, le Marche e la Toscana. Il differenziale positivo a favore della nostra regione rispetto alla media nazionale per quanto riguarda la crescita dell’export, tutto maturato dopo la fine degli effetti della svalutazione testimonia di un vantaggio in termini di competitività reale per l’industria dell’Emilia-Romagna. La dipendenza dell’economia regionale dall’attività internazionale è ormai molto elevata; il valore delle esportazioni regionali corrisponde a oltre un terzo del PIL regionale (il 34,4%, in Italia è il 25,7%) e ogni cittadino emiliano-romagnolo esporta in media 12 milioni e mezzo di lire, contro i 7,3 medi in Italia.

Per quanto riguarda le esportazioni di servizi, che sono destinate ad assumere un ruolo sempre più importante in futuro, esse rappresentano in valore circa un ottavo rispetto alle esportazioni di merci. La loro crescita è stata in linea con l’andamento delle merci e ampiamente al di sopra della media nazionale, anche se, nell’insieme, l’Emilia-Romagna, considerato il suo orientamento all’export per le merci, si trova relativamente più indietro rispetto al quadro nazionale (non vanno comunque dimenticate le componenti di servizio contenute nelle merci esportate che, specie nella meccanica strumentale, stanno divenendo sempre più rilevanti nel determinare il valore di queste merci).

Per quanto riguarda gli investimenti diretti all’estero, nel 1998 l’Emilia-Romagna, secondo i dati dell’Ufficio Italiano Cambi, ha rappresentato solo il 3,8% (il 6,5% considerando anche i trasporti) del totale nazionale, ma con un incremento del 19,4% rispetto al 1997. La maggiore concentrazione di questi flussi fa capo naturalmente su Milano e Roma, sedi delle finanziarie di diversi gruppi industriali nazionali o esteri, ma il fenomeno è in forte espansione anche nell’ambito delle imprese dell’Emilia-Romagna. In termini di stock di partecipazioni possedute in imprese industriali estere, l’Emilia-Romagna rappresenta comunque il 15,1% del totale nazionale, probabilmente anche a seguito dell’attività passata di alcune imprese regionali particolarmente orientate all’investimento estero. Secondo il rapporto "Italia Multinazionale" (CNEL-R&P), nel 1997 le imprese regionali a carattere multinazionale erano 99, pari al 12,6% dell’Italia; queste imprese avevano partecipazioni (totali, maggioritarie o di minoranza) in 245 aziende estere, con un totale di oltre 59 mila addetti e 13 mila miliardi di lire di fatturato. La recente ondata di operazioni all’estero da parte di piccole e medie imprese italiane ha visto di nuovo una significativa presenza delle imprese regionali, che tuttavia operano molto spesso all’estero anche attraverso operazioni di piccola scala non sempre rilevate, o con operazioni non equity. Nel 1998 e nei primi mesi del 1999, secondo le rilevazioni della banca dati di Nomisma, le acquisizioni effettuate all’estero da imprese emiliano-romagnole sono state 36 (di cui 31 di maggioranza), contro le 25 (di cui 19 di maggioranza) da parte di gruppi esteri in regione; pur considerando la rilevante attività delle imprese ormai a carattere fortemente multinazionale (vedi Parmalat), il saldo rimane significativamente attivo. Al contrario dell’inizio degli anni novanta, quando le operazioni erano realizzate soprattutto nell’Unione Europea, in questa fase sono cresciute molto le operazioni nel resto del mondo.

In sostanza, le imprese della regione confermano un forte radicamento nel territorio, che, nonostante i vari problemi da risolvere, a quanto risulta dai dati è ancora fonte di competitività, ma stanno ampliando la loro presenza e la loro rete di relazioni sempre più su scala mondiale.

Tabella 5.

Alcuni indicatori sulla internazionalizzazione del sistema produttivo regionale (1998)

 

Valore assoluto

Quota su Italia

Posizione in Italia

Variazione % 1998-94 Em.-Rom.

Variazione % 1998-94 Italia.

Esportazioni di merci (miliardi di lire)

49.459

11,8

4

+45,0

+36,4

Importazioni di merci (miliardi di lire)

27.816

7,4

5

+56,8

+37,4

Esportazioni di servizi (*) (miliardi di lire)

1.666

3,8

6

+53,4

+39,4

Importazioni di servizi (*) (miliardi di lire)

3.040

5,7

4

+21,7

+36,7

Imprese erogatrici di servizi al commercio estero

19.867

11,6

2

n.d.

n.d.

Investimenti diretti all’estero (**) (miliardi di lire)

1.564

7,5

4

+296,7

+154,5

Investimenti diretti dall’estero (**) (miliardi di lire)

391

8,6

4

+55,3

+25,7

Imprese regionali con partecipazioni all’estero

99

12,6

3

n.d.

n.d.

Imprese estere partecipate da imprese regionali

245

15,1

2

n.d.

n.d.

Imprese regionali partecipate da imprese estere

163

9,2

3

n.d.

n.d.

(*) Sono esclusi trasporti, viaggi all’estero e servizi per il governo

(**) Investimenti diretti netti (investimenti – disinvestimenti diretti) secondo i movimenti valutari rilevati dall’Ufficio Italiano Cambi

Fonte: ICE-Istat, Ufficio Italiano Cambi, CNEL-Reprint,

L’esposizione al mercato globale è comunque evidente anche in termini opposti. In particolare è da ricordare che:

  1. le importazioni regionali, anche se concentrate molto sulle materie prime e sui semilavorati per la meccanica, sono aumentate più rapidamente delle esportazioni;
  2. i processi di acquisizione di imprese regionali (in genere medie imprese già consolidate dal punto di vista competitivo) da parte di gruppi stranieri sono stati particolarmente significativi; al 1997 risultavano 129 le aziende emiliane controllate da società estere e 34 quelle partecipate in minoranza, per un totale di 281 stabilimenti, 38.209 addetti e oltre 16 mila miliardi di fatturato (da "Italia Multinazionale");
  3. vi sono stati alcuni casi importanti di delocalizzazione di sedi produttive possedute da gruppi esteri verso regioni considerate più competitive dal punto di vista dei costi, che hanno creato situazioni di crisi occupazionale e di mobilità a livello locale.

Nell’ambito di un sistema produttivo che nell’insieme ha retto bene in questa prima fase dell’Euro, questi fenomeni, anche se fisiologici in una economia aperta, devono essere valutati con la massima attenzione, al fine di rafforzare gli elementi di attrattività del territorio regionale per gli investimenti esteri.

2.2 L’evoluzione della struttura industriale e del sistema imprenditoriale

Nell’ultimo decennio la struttura produttiva regionale, pur mantenendo una continuità di fondo con le specializzazioni produttive e le forme organizzative maturate in precedenza, ha vissuto graduali, ma col tempo significative trasformazioni di carattere strutturale.

2.2.1 La demografia delle imprese e dell’occupazione

Dal punto di vista quantitativo, si vanno delineando alcuni fenomeni chiaramente identificabili: una selezione a favore delle forme di impresa più organizzate, uno sviluppo delle imprese di media dimensione e dei settori di specializzazione, il manifestarsi di differenziali di competitività a livello territoriale.

Si consolidano forme giuridiche più evolute

Negli anni novanta si è avuta una ricomposizione selettiva del tessuto produttivo regionale. Probabilmente, la necessità di gestire una accresciuta complessità del mercato e dell’evoluzione tecnologica ed organizzativa, insieme con modifiche normative in senso più restrittivo per le imprese minori, hanno determinato una riduzione complessiva del numero di imprese manifatturiere, dovuto quasi esclusivamente alle forme giuridiche più elementari, in particolare alle ditte individuali. Al contrario, è aumentato in misura significativa il numero delle società di capitali, a conferma della necessità di crescita e consolidamento delle imprese. I dati Unioncamere, per gli anni successivi al 1996, più aggiornati, ma non comparabili, confermano ulteriori sviluppi della popolazione di imprese industriali rafforzando esattamente queste tendenze, che quindi si può dire che caratterizzino l’intero decennio. Parallelamente, si osserva una elevata vivacità di iniziative imprenditoriali in alcuni settori di servizio alle imprese, in particolare nell’informatica e nelle altre attività professionali e consulenziali, in cui è ancora prevalente la forma individuale, ma in cui stanno prendendo progressivamente forza le forme giuridiche più avanzate. Intorno al sistema produttivo si va quindi formando una rete di attività terziarie, fornitrici di servizi e assistenza in aree funzionali e competenze qualificate.

 

Tabella 6.

Variazione delle imprese per forma giuridica per l’industria manifatturiera, per il settore informatico e per le attività professionali 1996-91

 

Industria manifatturiera

Informatica ed attività connesse

Altre attività professionali e imprenditoriali

Società di capitali

+29,0

+52,8

+66,0

Società di persone

-0,9

+19,6

+80,7

Cooperative

-15,9

-16,4

+1,5

Ditte individuali

-17,9

+25,4

+45,2

Totale

-5,6

+28,7

+45,0

Fonte: Istat

Si rafforza la dimensione media

Anche una rapida analisi sull’evoluzione delle dimensioni di impresa conferma questa tendenza negli anni novanta. Il confronto tra i dati del Censimento sull’Industria e i Servizi del 1991 e il Censimento intermedio del 1996 indica che già in quegli anni di crescita la dimensione media delle imprese manifatturiere era aumentata. In particolare, la quota di addetti nelle non-PMI (oltre 250 addetti) è rimasta costante al 14,2%; gli addetti alle medie imprese (50-249 addetti) sono passate dal 24,7% al 26,1% del totale; le piccole imprese (10-49 addetti) sono rimaste praticamente stabili, dal 34% al 34,2%; le micro imprese (1-9 addetti) sono scese dal 27% al 25,6%. E’ anche interessante notare che nel contesto di diminuzione dell’occupazione industriale, l’unica fascia che ha registrato un incremento di addetti, anche in valore assoluto, è quella compresa tra i 100 e i 249 addetti. E’ una conferma che in questa fase è la media impresa la forma trainante; mentre negli anni settanta e ottanta l’occupazione industriale veniva sostenuta dalle dimensioni minori, ora sono le imprese medie a sostenere le perdite occupazionali delle fasce più basse. Non bisogna tuttavia dimenticare che le piccole e micro imprese rappresentano ancora circa il 60% dell’apparato produttivo manifatturiero industriale della regione e questo implica la necessità di favorire un progressivo consolidamento, individuale o attraverso reti di collaborazione, di queste imprese.

Tabella 7.

Evoluzione della struttura dimensionale dell’occupazione manifatturiera dell’Emilia-Romagna

Fasce di addetti

Definizione

Addetti 1991

Addetti 1996

Variazione 1996/91

Quota sul totale 1996

Da 1 a 9

Micro

143.523

131.212

-8,6%

25,6%

Da 10 a 49

Piccole

180.761

175.360

-3,0%

34,2%

Da 50 a 99

Medio-piccole

57.249

54.329

-5,1%

10,6%

Da 100 a 249

 

73.908

79.247

+7,2%

15,5%

Da 250 a 499

Medio-grandi

38.336

35.868

-6,4%

7,0%

Oltre 500

Grandi

37.391

36.752

-1,7%

7,2%

Totale

 

531.168

512.768

-3,5%

100,0%

Fonte: Istat

Si rafforzano i settori tecnologicamente specializzati

Sempre gli stessi dati dimostrano che nel decennio vi è stato un significativo ridimensionamento, in termini di addetti, dei settori "tradizionali", evidente in modo particolare per il tessile-abbigliamento, e della chimica fine; contemporaneamente hanno acquisito peso e persino incrementato gli addetti alcune industrie di processo come quella dei prodotti in plastica, della ceramica e dei minerali non metalliferi in genere, e delle industrie tecnologicamente specializzate della meccanica. L’insieme delle industrie metalmeccaniche è passato dal 44,1% al 46,7% degli addetti all’industria manifatturiera della regione, nonostante il calo registrato dagli occupati del settore dei mezzi di trasporto in quella fase. La filiera meccanica si presenta quindi sempre più come l’asse portante del sistema manifatturiero regionale.

Tabella 8.

Evoluzione della struttura settoriale dell’occupazione manifatturiera dell’Emilia-Romagna

Settori

Addetti 1991

Addetti 1996

Variazione 1996/91

Quota sul totale 1996

Alimentare

70.270

64.506

-8,2%

12,6%

Tessile, abbigliamento

72.694

56.637

-22,1%

11,0%

Pelle, cuoio, calzature

14.167

12.761

-9,9%

2,5%

Legno, prodotti in legno

15.274

14.271

-6,6%

2,8%

Carta, stampa, editoria

23.542

22.564

-4,2%

4,4%

Prodotti chimici e fibre

18.379

15.620

-15,0%

3,0%

Prodotti in gomma e plastica

16.619

18.173

+9,4%

3,5%

Prodotti da minerali non metallif.

44.924

48.370

+7,7%

9,4%

Prodotti in metallo

78.307

81.300

+3,8%

15,9%

Macchine agricole e industriali

95.743

99.859

+4,3%

19,5%

Apparecchiature elettriche

39.867

40.191

+0,8%

7,8%

Mezzi di trasporto

20.541

17.737

-13,7%

3,5%

Altre industrie

20.841

20.779

-0,3%

4,1%

Totale

531.168

512.768

-3,5%

100,0%

Fonte: Istat

Si manifestano differenze territoriali

L’Emilia-Romagna rappresenta una delle regioni che si distinguono per una migliore diffusione territoriale dello sviluppo industriale ed economico in generale, anche grazie alle caratteristiche pianeggianti di buona parte del territorio e alle vie di comunicazione trasversali della regione. Tuttavia, i fattori di competitività territoriale, con la crescente apertura del mercato, hanno teso a concentrarsi in modo disomogeneo intorno ad alcuni poli di attrazione, in cui per forza di cose si concentrano maggiori relazioni tra le imprese, maggiori infrastrutture, fonti di conoscenza e risorse finanziarie. Al di là delle maggiori difficoltà da sempre riscontrate dalle aree montane e pedemontane, così come dalle aree del Delta del Po e della costa settentrionale, è evidente che il tratto della via Emilia che va da Bologna a Parma presenta un differenziale di attrattività e competitività rispetto al resto del territorio e funge da locomotiva economica della regione. Si tratta di un asse territoriale molto ampio, che può avere facilmente effetti trainanti e diffusivi sulle altre aree, ma è comunque necessario uno sforzo di promozione per uno sviluppo equilibrato dal punto di vista territoriale, per compensare almeno in parte le tendenze naturali del mercato a privilegiare le aree forti e competitive. E’ soprattutto nella presenza di società di capitali e di iniziative in ambito industriale e dei servizi alle imprese che si manifesta la centralità delle prime quattro province.

Tabella 9.

Indicatori di concentrazione provinciale del sistema produttivo (quote sul totale regionale)

 

Bologna

Modena

Reggio Emilia

Parma

Piacenza

Forlì-Cesena

Rimini

Ravenna

Ferrara

Popolazione

23,1

15,7

11,2

10,0

6,7

8,9

6,8

8,8

8,8

Occupati totali

24,7

17,9

11,8

10,1

5,7

8,3

6,9

7,8

6,7

Occupati industriali

23,3

22,6

15,1

10,4

4,9

7,5

4,0

6,3

6,0

Imprese totali

22,5

15,8

11,5

10,1

6,3

9,1

8,4

8,1

8,2

Società di capitali

29,7

20,0

11,9

11,2

5,5

5,6

5,4

6,4

4,4

Imprese industriali

20,6

21,7

14,1

11,0

5,3

8,4

6,1

6,6

6,4

Società di capitali industriali

25,0

26,2

15,0

10,7

5,2

5,6

3,6

4,5

4,2

Imprese nei servizi alle imprese

29,3

16,0

9,9

11,7

5,6

6,9

6,4

6,8

7,2

Società di capitali nei servizi alle imprese

34,8

16,6

10,4

12,6

5,2

4,6

5,0

6,4

4,0

Fonti: Istat, Cerved-Movimprese

Ancora più evidente è il differenziale di competitività in termini di P.I.L. pro capite e di capacità esportativa pro capite. Da questo punto di vista si notano significative disparità in termini di P.I.L. pro capite, in cui Bologna si distacca dalla media regionale e soprattutto dalle province orientali in misura significativa. In termini di capacità esportativa si notano invece i livelli eccezionali raggiunti dalle province di Modena e Reggio Emilia e i risultati più in linea con la media italiana ottenuti dalle province periferiche. La propensione all’export (al netto delle importazioni e calcolata sulle annualità disponibili e quindi con un margine di correzione) risulta mediamente elevata, ma con notevoli differenze: le province di Modena e Reggio Emilia si trovano altamente esposte al mercato estero; quelle di Parma e Bologna, pur essendo altamente esportatrici sono caratterizzate da economie più diversificate; le province più periferiche presentano invece ancora possibilità di crescita. Questo indica che vi è la necessità di un approccio flessibile all’intervento per lo sviluppo delle economie territoriali, data la diversità di situazioni.

 

Tabella 10.

Indicatori di competitività provinciale del sistema produttivo

 

Prodotto lordo per abitante 1995 (milioni di lire)

Esportazioni per abitante 1998 (milioni di lire)

Propensione all’export (export 1998 su PIL 1995)

Bologna

42,7

13,2

30,9

Modena

39,9

19,3

48,4

Reggio Emilia

36,5

18,4

50,4

Parma

36,9

11,9

32,2

Piacenza

32,0

7,8

24,4

Forlì-Cesena

31,3

9,0

28,8

Rimini

28,6

5,5

19,2

Ravenna

32,3

8,5

26,3

Ferrara

28,2

8,2

29,1

Totale Emilia-Romagna

36,1

12,5

34,6

Fonti: ICE-Istat, Ist.G.Tagliacarne

2.2.2 Le trasformazioni e i cambiamenti organizzativi delle imprese

Oltre ai cambiamenti visibili dai dati statistici, la pressione competitiva degli ultimi anni, soprattutto dopo l’esaurimento degli effetti del deprezzamento della lira sulla competitività internazionale dei prodotti italiani, ha contribuito a stimolare il cambiamento nei comportamenti e nelle strutture organizzative delle imprese della regione. La necessità di affrontare un mercato caratterizzato congiuntamente dalla progressiva eliminazione delle barriere agli scambi e alla concorrenza e dall’abbandono dello strumento del cambio debole come fattore di spinta alle esportazioni ha infatti imposto alle imprese processi di aggiustamento strategico, organizzativo e tecnologico per cercare di consolidare elementi di competitività reale e confermare una presenza vincente sul mercato. Le diverse pressioni esterne in questo nuovo contesto hanno determinato varie risposte a livello individuale, che si possono classificare, non evitando un certo grado di approssimazione, nelle tipologie seguenti.

Le imprese medie

Si è consolidato ed ampliato negli ultimi anni, un nucleo ormai molto consistente di imprese di media dimensione (in parte all’interno, in parte fuori dalla definizione di PMI) che sempre più rappresentano i soggetti chiave della competitività dell’industria regionale. Si tratta di una fascia di imprese molto specializzate in termini tecnologici e di prodotto, con livelli organizzativi superiori a quelli che vengono normalmente attribuiti alle PMI tipiche della regione, in grado di gestire o mobilitare competenze qualificate, non di rado con personale direttivo giovane e dinamico, o, anche se di prima generazione familiare, altamente esperto e propenso all’innovazione. Dal lato del mercato, si tratta di imprese che hanno acquisito una forte visibilità e reputazione individuale nelle rispettive nicchie di clienti o reti distributive; non di rado possono vantare posizioni di leadership tecnologica e qualitativa e una presenza riconoscibile sul mercato mondiale. Dal punto di vista organizzativo, il dinamismo aziendale ha richiesto processi rivolti ad aumentare la velocità e la fluidità della circolazione delle informazioni all’interno delle imprese, in modo da accelerare le decisioni, le soluzioni dei problemi, le risposte al mercato, lo stimolo per intuizioni innovative; questa necessità ha a sua volta imposto da un lato investimenti nelle tecnologie informatiche per migliorare i sistemi informativi interni ed esterni alle imprese, dall’altro la valorizzazione di figure e competenze orizzontali e multidisciplinari, in grado di interagire con più funzioni aziendali e accelerare la soluzione dei problemi in modo integrato. Anche se in alcuni casi la rapida crescita della domanda ha imposto aumenti di capacità produttiva e numerose assunzioni a bassi livelli di qualifica, normalmente tali imprese hanno registrato un potenziamento delle funzioni "intelligenti", per quanto riguarda la progettazione, l’ingegnerizzazione, il controllo di qualità, l’assistenza, il marketing, la gestione organizzativa e finanziaria, ecc. In un numero sempre più consistente esse hanno anche assunto la forma di gruppi industriali, al fine di conciliare agilità ed efficacia organizzativa e gestire processi di diversificazione senza pregiudicare la specializzazione. I settori più caratterizzati dalla presenza di questa tipologia di imprese risultano soprattutto quelli di media o alta tecnologia e specializzazione (meccanica, motoristica, biomedicale) e, con caratteristiche diverse (in particolare una maggiore attenzione all’efficienza di processo), i settori "tradizionali" più forti della regione, come il ceramico e l’alimentare, anche nella forma delle imprese cooperative. Lo sforzo principale di queste imprese, oltre a mantenere sempre un elevato grado di aggiornamento delle tecnologie e di miglioramento innovativo e qualitativo dei prodotti, è quello di consolidare la presenza sul mercato mondiale, attraverso l’adeguamento delle tecnologie gestionali, aggiustamenti organizzativi, costruzioni di reti di alleanze e investimenti diretti per la produzione e la commercializzazione su scala mondiale, potenziamento dei servizi pre e post vendita, continui investimenti sulle risorse umane; questo implica la necessità di aumentare la solidità finanziaria di queste imprese, anche per poter sostenere shock esogeni dal lato della domanda come quelli avvenuti negli ultimi due anni in Asia e nell’Europa Orientale. I numerosi processi di acquisizione di numerose imprese medie da parte di multinazionali estere, seppure fisiologico in una economia aperta, e non necessariamente negativo, chiaramente ha anche una relazione con questa necessità di rafforzamento finanziario e organizzativo che non sempre la guida delle imprese regionali riesce a sostenere.

Le piccole imprese specializzate

Accanto a questa fascia comunque consistente di imprese leader, vi è un numero, sicuramente molto più vasto, di imprese minori che, pur con scarsi livelli di sviluppo organizzativo e maggiori difficoltà nel reperimento di personale qualificato, contribuisce in misura significativa alla performance regionale grazie ad elevate doti tecniche, capacità di problem solving, risposta rapida ai bisogni del mercato, creatività, capacità innovativa legate alle caratteristiche individuali e alle esperienze accumulate dagli imprenditori e dai lavoratori. L’intensità della pressione competitiva ha favorito la specializzazione, cioè la focalizzazione delle imprese sui loro punti di forza, e questo ha consentito anche a queste numerose piccole imprese di ottenere successo. Le imprese migliori di questo tipo sono nei vari comparti della meccanica, ma non solo; in ogni caso vivono in forte simbiosi con l’ambiente in cui operano e in cui recuperano competenze, collaborazioni, sinergie. Sono in genere le imprese minori, di dimensioni artigianali o di piccola impresa, fortemente focalizzate sulla figura dell’imprenditore, su modelli di organizzazione del lavoro flessibili, ma anche con personale di elevata esperienza tecnica, responsabilizzato e, non di rado, ben retribuito. Questa fascia di imprese rappresenta un’area critica nel sistema produttivo regionale, in quanto combina elevata competitività tecnica in termini di prodotto e capacità di problem solving, con debolezza dal lato del mercato; molto spesso, la componente tecnica ha consentito di sostenere la pressione competitiva, anche con risultati di successo, ma in non pochi casi, molti prodotti eccellenti dal punto di vista tecnico e qualitativo non sono stati valorizzati a sufficienza e le imprese sono state penalizzate dal lato commerciale da prodotti sostitutivi, magari inferiori tecnicamente, ma forniti da aziende più forti e organizzate. In questo caso, i problemi del consolidamento finanziario, della disponibilità di servizi finanziari avanzati, dell’adeguamento tecnologico soprattutto in ambito gestionale e commerciale, dell’accesso a competenze qualificate complementari a quelle dell’impresa, sono ancora più rilevanti. Il modo per affrontare questi problemi non è tuttavia solamente la crescita individuale, ma anche quello della costruzione di reti di collaborazione verticali e orizzontali tra imprese; nel contesto attuale, tuttavia, la costruzione di reti deve andare oltre un ruolo generico di rappresentanza e promozione per divenire una scelta aziendale di condivisione di alcune funzioni strategiche difficili da sviluppare singolarmente, o di divisione del lavoro in modo complementare.

Le imprese organizzate a rete

Anche le imprese medie e le piccole specializzate lavorano molto con reti di fornitori e subfornitori; ma in questa tipologia si considerano imprese che presentano livelli di decentramento produttivo estremamente elevati, sempre più a livello extra-regionale e internazionale, mantengono all’interno pochissime fasi produttive, organizzano sempre più la produzione attraverso acquisti, decentramento produttivo, e in alcuni casi investimenti diretti, cessione di licenze e tecnologia in altre regioni italiane o in paesi stranieri. Conviene distinguere, in questa tipologia, le imprese appartenenti ad alcuni dei settori "tradizionali" (tessile, calzature) da quelle appartenenti a settori a maggiore contenuto tecnologico come la motoristica, l’elettronica e l’elettrotecnica. Le prime si rivolgono prevalentemente (oltre che alle regioni meridionali italiane) a paesi a minore costo di manodopera per la realizzazione di parti di produzione a più basso valore aggiunto. La riorganizzazione di queste imprese, dovuta in gran parte a problemi di costi, vede la loro progressiva concentrazione sulle fasi critiche della catena del valore e della concezione del prodotto (acquisto materie prime, disegno, prototipazione e campionari, assemblaggio personalizzazione, controllo di qualità, marketing); all’esterno vengono affidate le fasi a minore contenuto di competenze critiche. Il problema del controllo di qualità e dei tempi di consegna si è tuttavia fatto sentire anche in questi settori e ha imposto spesso, dopo le prime fasi di slancio al decentramento internazionale, un rientro di alcune attività e una maggiore attenzione ai partner e ai paesi. Le ultime tendenze sono quelle di decentrare nel territorio le serie corte e di qualità, in altre regioni Italiane le serie medio-lunghe a discreto contenuto qualitativo, all’estero le serie lunghe programmate di qualità bassa o media.

Nel settore meccanico ed elettronico, la logica delle reti transnazionali presenta invece un maggiore orientamento alla qualità e alla specializzazione e solo in subordine al costo di produzione; per questo, tali rapporti sono stati avviati verso i paesi del Sud Est asiatico, ma anche verso i paesi più industrializzati delle grandi aree economiche avanzate. In questo caso, le imprese sono alla ricerca dei produttori di eccellenza delle varie parti, dei migliori specialisti e delle migliori condizioni di specializzazione, affidabilità e qualità. Questo modo di produrre appare ormai difficilmente reversibile nelle condizioni attuali; è necessario quindi supportare le imprese per renderlo più efficiente, affidabile ed economico e in grado di determinare comunque dinamiche positive nel sistema produttivo regionale.

La subfornitura

Le piccole imprese regionali di subfornitura sono ugualmente sottoposte a forti pressioni al cambiamento, specialmente nei settori tradizionali. La stessa committenza, per esigenze di qualità e semplificazione della gestione, richiede una sempre maggiore complessità delle parti o delle fasi decentrate e un contributo tecnico-progettuale al subfornitore nell’ambito della sua specifica competenza. Anche nella subfornitura vi è quindi un processo che sta spingendo verso la specializzazione e il cambiamento organizzativo, che è condizione necessaria affinché queste imprese possano espandere il loro parco committenti. Come si vede anche per quanto riguarda l’evoluzione dei sistemi di produzione, le relazioni sono sempre meno di tipo esecutivo e sempre più a carattere di problem solving, e questo lega in maniera più forte che in passato committenti e subfornitori, in quanto fiducia e conoscenza tacita divengono elementi difficilmente sostituibili. In parallelo, si pone sempre l’esigenza della formazione di imprese capo-commessa, specialmente per gestire blocchi di subfornitura anche verso multinazionali estere, come nel caso della componentistica automobilistica; questo passaggio è particolarmente complesso, in quanto è necessario sviluppare capacità organizzative complesse e di gestione di reti in imprese nate e cresciute come semplici produttori. Naturalmente questi processi, difficili, stanno avendo già effetti selettivi come è facilmente testimoniato dal dato che indica il forte calo delle ditte individuali e l’aumento delle forme più strutturate come società di capitali e cooperative nel corso degli anni novanta. Il problema della riqualificazione della subfornitura è comunque di assoluta rilevanza, anche per l’equilibrio socio-economico regionale.

Le imprese dei servizi avanzati e il lavoro autonomo professionale

Negli ultimi anni è apparso sulla scena, assumendo un ruolo sempre più significativo il settore dei servizi alle imprese, negli ambiti delle tecnologie informatiche, delle applicazioni tecnologiche, del marketing, dell’organizzazione, della comunicazione e del design, dell’arte e della cultura, delle discipline sociali. Lo sviluppo a tassi elevati che ha registrato l’occupazione in questo settore ha iniziato a farlo identificare sempre più come un soggetto economicamente e politicamente rilevante. Il settore si divide in due parti principali: una parte si dedica a rispondere ai bisogni di carattere sociale, ricreativo e culturale che si manifestano con l’evoluzione della società; una parte consistente rimane invece rivolto in vario modo all’industria, per rispondere ai problemi sempre più complessi e diversificati a cui devono rispondere le imprese e che richiedono competenze intellettuali specifiche e non sempre racchiuse all’interno. Per questo motivo, questa rete spontanea e disordinata che circonda il sistema delle imprese industriali riveste un ruolo critico per alimentare innovazione, creatività, miglioramento organizzativo, soprattutto per le imprese minori. Il settore del lavoro autonomo nei servizi avanzati si può in sintesi classificare come ad alta competenza e a basso livello organizzativo; il rapido sviluppo che queste attività hanno avuto negli ultimi anni si è prevalentemente manifestato sulla base di iniziative individuali, associate o di società di persone; l’attività economica è tutta incentrata sull’individuo, sulla sua competenza ed esperienza, sulla sua capacità di costruire relazioni personali. Oltre ai problemi specifici per quanto riguarda l’atipicità di queste imprese e lavoratori dal punto di vista fiscale, contributivo e della tutela legale, è necessario che queste micro imprese e questo lavoro professionale migliorino i loro standard organizzativi, al fine di valorizzare anche su scala più ampia il loro potenziale di competenza.

Queste tendenze di trasformazione, pur essendo ampiamente in corso e coinvolgendo in larga parte il sistema produttivo, non sono ovviamente prive di tensioni, ostacoli e resistenze; nel sistema vi sono aree critiche e soggetti deboli, che naturalmente sono più esposti alla crisi e alla selezione. In questa fase è opportuno tentare di diffondere l’innovazione e il cambiamento, cercando di rendere quanti più soggetti possibile in grado di fornire risposte vincenti al mercato.

In sintesi, nell’ambito del settore manifatturiero è in corso un parziale rientro dalla piccola dimensione verso forme intermedie in grado di conciliare agilità organizzativa e rapidità di risposta con una maggiore capacità di gestire la complessità dei rapporti con il mercato e con le fonti di innovazione tecnologica.

Dal primo punto di vista i tempi di reazione delle imprese sono divenuti sempre più corti e tutto il loro sistema di relazioni, verso il mercato, verso altre imprese così come verso le istituzioni pubbliche, creditizie e scientifiche, subisce una analoga pressione all’efficacia, all’efficienza, alla rapidità.

Allo stesso tempo, divengono necessari il consolidamento finanziario e organizzativo, la crescita dimensionale e la continuità dell’impresa sul mercato; ciò richiede un rafforzamento del rapporto banca-impresa e l’affinamento di forme più sofisticate di supporto finanziario per favorire l’internazionalizzazione e il cambiamento organizzativo e rendere più sostenibili i passaggi di conduzione o le cessioni di proprietà.

Si va infine rivelando sempre più critico il ruolo del fattore umano e delle competenze, proprio in quanto elementi di continuità nelle trasformazioni, di certezza nelle risposte al mercato, di riduzione dei costi di trasmissione della conoscenza; non si tratta solo di fattori che legano l’impresa al territorio, ma anche di generatori di competitività per le imprese nel medio e lungo periodo.

2.2.3 I sistemi produttivi territoriali e i rapporti tra le imprese

La regione Emilia-Romagna ha una notorietà internazionale legata in particolare ad uno sviluppo industriale a carattere diffuso e sistemico di piccole imprese, in grado di generare un’ampia partecipazione al processo produttivo ed una elevata occupazione. L’interpretazione di questo fenomeno, anche nelle politiche regionali si è basata in passato sul concetto di distretto industriale, che faceva riferimento alla divisione del lavoro spontanea tra imprese situate nello stesso contesto locale, legate da relazioni sia economiche che sociali, appartenenti ad uno stesso ciclo produttivo e a territori dominati da monoculture produttive. Tale concetto era stato il principale punto di riferimento per il superamento del modello organizzativo gerarchico che portava ad ipotizzare la necessità della grande impresa; esso dimostrava l’efficacia e l’efficienza intrinseca dell’organizzazione flessibile in un mercato incerto e dinamico. Pur riconoscendo importanza storica a questa interpretazione dello sviluppo spontaneo, risulta evidente che tale concetto rischia di essere troppo rigido e selettivo nell’interpretazione delle varie forme sistemiche in cui si manifesta lo sviluppo spontaneo nella regione. Per questo una impostazione di politica per lo sviluppo locale non può basarsi su un’unica categoria concettuale, unità di analisi e di intervento. In effetti, il concetto di distretto industriale, rigidamente definito, negli ultimi anni ha mostrato crescenti difficoltà ad essere punto di riferimento univoco per le politiche territoriali; ciò è progressivamente avvenuto per una vasta serie di ragioni: rappresentatività troppo ristretta delle problematiche dello sviluppo locale della regione, trasformazioni nei rapporti tra imprese e nella composizione settoriale dei distretti, aumento della varietà dei percorsi imprenditoriali, apertura dei sistemi produttivi, concentrazioni produttive e finanziarie delle imprese leader, acquisizioni dall’estero e verso l’estero, ecc.

In sostanza, lo sviluppo diffuso che caratterizza da sempre l’Emilia-Romagna, va oggi esaminato in un’ottica di maggiore complessità, dinamicità e varietà che non in passato. Per questo motivo al concetto di distretto industriale è preferibile un concetto più elastico quale quello di sistema produttivo locale. La diversificazione e l’articolazione delle forme di sviluppo locale in Emilia-Romagna si possono quindi osservare da diversi punti di vista.

In primo luogo, va tenuta in considerazione la rilevanza dimensionale e geografica dei sistemi produttivi; si può infatti osservare, a grandi linee, la presenza di tre principali forme di sistema.

1. I casi di rilevante aggregazione locale più facilmente riconducibili allo schema del distretto industriale classico, con forte specializzazione mono-settore in territori chiaramente delimitati, come nel caso del distretto tessile di Carpi, o di quello ceramico di Sassuolo (anche se persino quest’ultimo caso ha avuto difficoltà nell’essere identificato come distretto per l’art. 36 della L. 317/89).

2. I casi di aggregazioni produttive di dimensioni minori, non riconducibili come dimensioni o come livello di specializzazione territoriale allo schema proprio dei distretti industriali, ma comunque caratterizzati da forti livelli di sinergia e interscambio tra le imprese, comunanza e/o complementarità di conoscenze tecniche, spazi per collaborazioni reciproche o per interventi a carattere collettivo. A questo schema si possono ricondurre

a. molti sistemi di produzione minori, alcuni annoverati spesso nella lista dei distretti della regione, altri meno noti: il sistema calzaturiero di San Mauro Pascoli, quello del mobile imbottito nel forlivese, il biomedicale di Mirandola, il settore degli stampaggi plastici di Correggio, il settore delle macchine per il legno a Carpi, quello della produzione di scale in legno da appartamento di Novi di Modena, il polo dei contenitori per alimenti in provincia di Reggio Emilia, quello degli elettrodomestici di Guastalla, quello ceramico di Faenza, ecc.

b. sistemi locali di subfornitura che ruotano intorno ad un’unica impresa, come nel caso del comune di Copparo o della meccanica per il legno nel riminese;

c. altre aggregazioni locali minori e meno conosciute di imprese di piccola dimensione accomunate in termini di prodotto, e/o settore, e/o filiera tecnologica, situate in un contesto che ne consente relazioni reciproche e appartenenza ad un bacino comune di conoscenze in grado di rappresentare una forma di specializzazione collettiva.

3. I sistemi a bacino territoriale ampio, spesso interprovinciale, che nonostante una maggiore gravitazione intorno ad alcuni poli locali, presentano dislocazione, ambiti di interscambio e collaborazione e livelli di circolazione delle conoscenze più estesi di quelli strettamente locali. Questi sistemi, meglio descrivibili come cluster settoriali, pur essendo particolarmente rilevanti nell’ambito dell’economia regionale, spesso non sono rientrati nella caratterizzazione del distretto industriale, e solo in pochi casi hanno beneficiato di interventi settorialmente specifici della Regione. Si può parlare, in questo caso: del sistema delle industrie motoristiche, che pur presentando un polo di eccellenza su Modena con il segmento delle auto sportive e della loro componentistica, si estende verso il bolognese con la specializzazione nel motociclo e verso l’area reggiana e il centese per la componentistica motoristica in senso stretto; del sistema dell’automazione industriale, che ha un centro forte nel sistema delle macchine per il packaging nel bolognese, ma sicuramente una presenza rilevante nelle altre province emiliane fino a Piacenza; del sistema agro-alimentare, che ha suoi punti di eccellenza a Parma per diverse industrie di trasformazione e a Cesena per le produzioni ortofrutticole, ma riguarda in varia misura numerose aree della regione; anche il settore delle macchine agricole, normalmente identificato solo con l’area reggiana rappresenta in realtà una vocazione estesa in altri punti della regione.

Quest’ultimo caso, particolarmente evidente in Emilia-Romagna, è fortemente rappresentativo di alcuni aspetti cruciali sulla trasformazione dei sistemi produttivi e del ruolo del territorio. Nel contesto di forte apertura che le economie locali devono affrontare, il vantaggio dell’aggregazione territoriale non dipende più tanto da una divisione del lavoro e dai vantaggi tecnico-produttivi ad essa legati, ma dai meccanismi di alimentazione della conoscenza; in sostanza, il successo dei sistemi produttivi dipende sempre più non dalle modalità di articolazione delle fasi produttive in se stesse, quanto da rapporti di problem solving reciproco, sinergie tecnologiche, circolazione di risorse umane con conoscenze complesse e complementari tra loro; tutti fattori altamente intrinseci al territorio e difficilmente trasferibili. Per questo motivo i sistemi articolati a filiera, o quelli che si integrano tra loro su una scala regionale attraverso rapporti di complementarità di mercato o interdipendenza tecnologica sono quelli che riescono ad avere maggiore continuità di performance.

Altro fenomeno di grande rilevanza negli ultimi anni è stato lo sviluppo nel contesto dei sistemi produttivi del settore terziario privato nell’ambito del software, delle consulenze tecniche e organizzative, nel marketing, nel design e in altre attività creative, nelle professioni a servizio delle attività produttive in genere. Questo sviluppo si è avuto principalmente attraverso le forme del lavoro autonomo, di attività a carattere professionale e di piccole società, ma in alcuni casi ha visto anche lo sviluppo di imprese di dimensioni significative. Il terziario avanzato privato è ormai parte integrante dei sistemi produttivi territoriali (almeno di quelli di maggior successo) ed ha un ruolo determinante nella circolazione di competenze avanzate, nella introduzione di nuove tecnologie e modelli organizzativi, nella generazione di idee progettuali e di marketing, in alcuni casi, nella generazione di nuovi filoni di attività economiche. In questo senso, diviene opportuno considerare questo soggetto nell’azione per lo sviluppo dei sistemi produttivi territoriali e dell’economia regionale.

La struttura dei sistemi produttivi

La struttura settoriale e produttiva dei sistemi, a sua volta sta assumendo caratteristiche diverse da quella ipotizzata nello schema del distretto industriale intesa nel senso classico, che si riferiva sostanzialmente ad un ciclo produttivo quasi monoprodotto organizzato in forma articolata tra numerose piccole imprese. Il numero dei prodotti offerti dai sistemi produttivi va aumentando, sia in senso orizzontale che in senso verticale. A livello orizzontale, processi di diversificazione di prodotto o di mercato vengono effettuati dalle imprese esistenti (sempre nella prospettiva della specializzazione) o da nuove imprese per cercare nuovi spazi di crescita. Mentre nei settori più tradizionali si tratta di "specificazioni ulteriori" del prodotto base, nei settori a più alta tecnologia (meccanica, biomedicale, componentistica) la diversificazione corrisponde alla generazione di nuovi business. A livello verticale, alcuni sistemi produttivi si sono sviluppati nel senso della filiera tecnologica; a fianco alla produzione principale si sono insediati produttori di beni intermedi e complementari, produttori della tecnologia specifica del settore, gestori di infrastrutture specifiche e fornitori di servizi specializzati, formando una fitta rete di sinergie, complementarità e conoscenze in grado di garantire una elevata capacità innovativa endogena al sistema. Il processo è avvenuto sia per via endogena, sia attraverso investimenti in loco dovuti alla forte attrattività del sistema per produttori che, completando la filiera, hanno trovato interesse all’insediamento.

Le relazioni tra sistemi produttivi

Questa integrazione verticale e/o orizzontale in alcuni casi è avvenuta non solo all’interno di un unico sistema, ma anche attraverso relazioni e sinergie tra sistemi dislocati nell’ambito della regione, quindi su scala interprovinciale. Basti pensare alle sinergie che nascono tra la filiera agro-industriale e i settori meccanici della regione, che dalle macchine agricole, fino alle macchine per il packaging alimentare rappresentano il riferimento tecnologico per quasi tutte le fasi di trasformazione. Osservando i vari settori produttivi della regione, più o meno organizzati in sistemi locali, la gran parte dell’industria regionale si può racchiudere nelle seguenti filiere: agro-alimentare, edilizia e arredamento, abbigliamento, motoristica e, anche se meno evidente, l’industria legata alla salute (biomedicale, meccanica di precisione per la diagnostica, protesi, e altro ancora).

Questi ultimi due aspetti spiegano anche come mai negli ultimi anni si è reso sempre più evidente che è proprio la maggiore varietà settoriale ad alimentare il processo innovativo e di accumulazione della conoscenza. Dall’incontro, a volte casuale, tra diverse fonti di conoscenza si possono generare soluzioni di problemi a carattere innovativo o intuizioni creative; è questo un fenomeno che si accompagna e rafforza i processi di innovazione incrementale, da fenomeno intra-aziendale o intra-settoriale a fenomeno alimentato da complementarità intersettoriali e multidisciplinari. La soluzione congiunta di problemi tra fornitori ed utilizzatori di tecnologie o beni intermedi, così come la circolazione delle risorse umane tra imprese e settori, conduce per gradi a livelli di specializzazione tecnica molto elevata in cui le competenze specifiche, spesso di carattere tacito, divengono talmente sofisticate e contestualizzate da rendere le imprese difficilmente attaccabili sul piano tecnico e fortemente radicate sul territorio.

Questo breve quadro tenta di dare un’idea della complessità delle trasformazioni che il sistema industriale regionale ha subìto nelle sue varie forme di presenza nel territorio. Ciò conferma la necessità di seguire un approccio flessibile nell’identificazione dei sistemi produttivi, dei confini dell’analisi e degli ambiti di intervento, dei problemi e delle opportunità, degli strumenti operativi, delle modalità di intervento.

2.3 I fattori critici per lo sviluppo competitivo delle imprese e dei sistemi produttivi

In sintesi, il sistema produttivo regionale si presenta dinamico, con rilevanti potenzialità di crescita ulteriore, ricco di situazioni differenziate e in evoluzione; tuttavia, presenta la necessità di consolidare la base competitiva e le potenzialità di crescita soprattutto della vasta parte di piccole imprese che ancora sono dominanti nel sistema industriale; queste imprese devono essere messe in condizione di affrontare il nuovo contesto, valorizzando il loro potenziale tecnico che rischierebbe altrimenti di essere disperso.

Per l’elaborazione di questo Programma, si è partiti considerando che il sistema produttivo regionale presenta in sintesi le seguenti caratteristiche fondamentali:

  1. elevata numerosità e varietà imprenditoriale;
  2. carattere fortemente diffuso, relazionale e sistemico della presenza imprenditoriale;
  3. elevata specializzazione tecnica e competitività di prodotto;
  4. forte esposizione alla pressione concorrenziale internazionale.

Per mantenere e rafforzare il successo competitivo di questo sistema produttivo nel contesto competitivo, valorizzando e migliorando le competenze tecniche e la qualità dei prodotti, e difendendo le caratteristiche di molteplicità e la diffusione delle imprese nel territorio, è necessario fare riferimento ad alcuni fattori critici essenziali. In particolare:

  • l’eccellenza tecnica dei prodotti e delle tecniche di produzione, con il rinnovamento degli impianti produttivi, cambiamenti nelle tecniche produttive e nell’organizzazione della produzione, l’adozione di sistemi di qualità e di tecnologie in grado di preservare la sicurezza dei lavoratori e l’ambiente esterno attraverso l’introduzione di sistemi di gestione ambientale efficaci;
  • la capacità innovativa, con rapporti stretti con il mondo della ricerca scientifica, lo sviluppo della creatività e della capacità di soluzione dei problemi;
  • la rapidità di risposta al mercato, attraverso sistemi efficienti di circolazione delle informazioni, delle transazioni e della movimentazione logistica;
  • la presenza internazionale secondo le opportunità e le varie forme possibili;
  • la capacità di gestione delle reti di produzione, di mercato, di fornitura e collaborazione tecnica su scala mondiale;
  • la continuità e la solidità finanziaria delle imprese;
  • la possibilità di avvalersi di economie esterne, sinergie e collaborazioni a livello territoriale, per favorire la specializzazione, l’apprendimento spontaneo e l’innovazione endogena.

Come abbiamo visto, rispetto a questi fattori, molte imprese hanno già intrapreso, individualmente o a livello di sistema, percorsi di trasformazione virtuosi. Ma, è importante tenere conto che, accanto ai numerosi casi di successo che il sistema produttivo regionale può vantare, vi sono anche delle aree critiche e a rischio nel sistema imprenditoriale; queste si possono rapidamente identificare nelle seguenti tipologie:

  • le imprese minori con scarse leve competitive, debolezza in termini di specializzazione produttiva (non sempre), struttura organizzativa e gestione del mercato, e limitata capacità di tessere relazioni in ambito tecnologico, di valutare i possibili supporti in termini di consulenza all’attività aziendale;
  • in particolare, tra queste vanno evidenziate con particolare attenzione le imprese meno specializzate della subfornitura, che, non possedendo una visibilità autonoma sul mercato, devono consolidare fattori di competitività tecnica ed organizzativa;
  • le medio-grandi imprese presenti in regione che, laddove non adeguatamente supportate dalle strategie di gruppo, possono andare incontro a crisi di forte impatto occupazionale nei territori in cui sono insediate;
  • tutte le imprese locali in crisi di conduzione per problemi interni di passaggio generazionale, cessione di proprietà, necessità di delegare funzioni direttive;
  • a livello territoriale, i problemi maggiori riguardano invece quei sistemi produttivi che non hanno raggiunto massa critica, livelli di apprendimento e capacità innovativa endogena tali da consentire la crescita e il riposizionamento rapido sul mercato di fronte a crisi di domanda.

L’azione della regione Emilia-Romagna intende sia sostenere i comportamenti virtuosi che guidano lo sviluppo regionale, sia sostenere i processi di trasformazione, crescita e riposizionamento di queste aree più deboli del sistema produttivo.

2.4 Fattori per lo sviluppo, esigenze individuali e collettive

Per l’impostazione del Programma è necessario considerare gli ostacoli da rimuovere e le opportunità da cogliere per favorire uno sviluppo competitivo del sistema su basi più solide ed estese. Possiamo distinguere tali ostacoli in due gruppi, quelli a carattere più individuale afferenti alle singole imprese e quelli a carattere collettivo e di sistema.

A livello individuale, pur considerando la capacità di adattamento delle imprese emiliano-romagnole, i due principali ordini di ostacoli da superare sono quello della solidità aziendale e quello delle competenze innovative. Il primo rappresenta la condizione necessaria per sviluppare all’interno dell’azienda quelle funzioni di carattere non produttivo essenziali per sostenere l’attività di innovazione, la gestione della qualità, le politiche commerciali e l’internazionalizzazione, l’introduzione di nuove tecnologie e pratiche gestionali e per elaborare strategie di crescita e diversificazione; una maggiore capitalizzazione e solidità della struttura finanziaria delle imprese risultano condizioni necessarie per superare questo limite. Il secondo ostacolo, riguarda le competenze aziendali. Spesso anche le piccole imprese possono vantare competenze altamente specialistiche e capacità innovative spontanee nel loro ambito di attività produttiva; allo stesso modo dimostrano grandi capacità nella costruzione di relazioni commerciali, ma spesso il cambiamento organizzativo e le tecnologie che lo supportano, così come la capacità di apportare innovazioni di prodotto tecnologicamente sofisticate, richiedono l’integrazione delle competenze aziendali tradizionali con nuove forme di conoscenza; in questo senso il cosiddetto "lavoro autonomo di seconda generazione" può avere un ruolo determinante nel contribuire all’innovazione nell’impresa, almeno laddove incontra imprenditori capaci e sensibili. In ogni caso, questi due problemi non si possono disgiungere: l’assorbimento di professionalità e competenze innovative in modo stabile e continuativo può essere favorito da una maggiore solidità finanziaria e da strumenti finanziari adeguati.

Il secondo ordine di problemi fa riferimento al funzionamento del sistema. Le imprese della regione sono abituate a lavorare molto in rete sul territorio e sono caratterizzate da una elevata intensità di relazioni. Negli ultimi anni, inoltre, il raggio delle relazioni si è ulteriormente ampliato su scala globale, non solo per gli aspetti commerciali, ma anche per quelli produttivi e tecnologici. Il funzionamento di questo modello in un contesto dinamico e incerto come quello determinato dalla concorrenza globale, richiede da un lato efficienza del sistema, cioè tempi di reazione molto rapidi e quindi condizioni che facilitino questi numerosi movimenti e scambi di informazioni, di merci e di persone; dall’altro, livelli crescenti di qualificazione e insostituibilità delle competenze locali, per rafforzare il radicamento territoriale delle imprese.

L’efficienza delle imprese in questo contesto dipende in misura crescente dall’efficienza del sistema esterno, cioè dai vari fattori e soggetti esterni che con esse interagiscono. Tra questi, si possono ricordare: la Pubblica Amministrazione in tutte le istituzioni che sono coinvolte in procedure di autorizzazione, di controllo e di erogazione di servizi; il sistema delle organizzazioni intermedie (la rete delle Camere di Commercio, delle associazioni imprenditoriali e dei consorzi fidi), in quanto fondamentali nel dialogo con le imprese e nella canalizzazione dei servizi; il sistema bancario, in quanto fornitore universale dei servizi finanziari a supporto delle varie forme di investimento e di operazioni commerciali delle imprese; il sistema della ricerca e dell’innovazione; altri soggetti che possono intervenire più indirettamente a sostegno dello sviluppo locale e della realizzazione di infrastrutture. L’efficienza e l’efficacia di tutti questi soggetti nell’interfaccia con le imprese, anche attraverso il supporto delle tecnologie telematiche, ha un impatto diretto dall’esterno sull’efficienza delle imprese e soprattutto sui loro tempi di risposta al mercato. Si tratta quindi di intervenire sull’"interfaccia" tra le imprese e tutti questi soggetti e sui servizi specifici che essi possono rendere disponibili per rispondere alle esigenze di innovazione, qualità, internazionalizzazione e crescita delle imprese.

Allo stesso tempo, la competitività delle imprese non può più prescindere dalla capacità del sistema locale di generare meccanismi di innovazione a livello di sistema. Per questo motivo, i sistemi di produzione locali, in questa fase in cui affrontano il processo di apertura devono essere sostenuti nel progressivo passaggio verso la capacità di controllare le fasi più critiche della catena del valore, nel rafforzamento sistemico degli elementi di complementarità, nella qualificazione e specializzazione delle competenze locali. In questa fase di apertura, solo questi elementi intangibili e insostituibili alla base della competitività possono preservare una base di radicamento territoriale alle attività produttive.